Di “Favoloso” non c’è neanche la locandina

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Le Marche da sempre vantano i natali di personaggi illustri come Raffaello, Rossini, Gigli e Montessori (tanto per citarne qualcuno) fino ai giorni nostri con i due “Valentini” Vezzali e Rossi; immagino perciò che da Pesaro ad Ascoli ogni singolo marchigiano si sia recato a vedere un film sul “nostro” caro Leopardi non senza numerose aspettative. Incuriositi dalle prime entusiasmanti critiche, il povero marchigiano si fionda perciò al cinema pronto ad apprezzare i suoi luoghi immortalati dalla macchina da presa, a cercare visi noti tra le comparse, ma soprattutto a godere della poetica e della struggente vita di uno dei più importanti artisti dell‘800 italiano.

Bene, non sarà così.

Il film narra cronologicamente la vita del poeta, dai suoi anni a Recanati componendo versi, passando per Firenze dove inizia ad allargare il giro di conoscenze tra letterati e scrittori, per finire prima a Roma poi a Napoli dove la malattia lo logorerà fino alla morte. Tutto ciò ha come filo conduttore delle poesie declamate dal mono espressivo Elio Germano al quale, scena per scena, non invecchiano i lineamenti ma bensì, gli si cotonano i capelli e aumenta notevolmente la gobba (quale gobba? Cit.). Nell’immaginario comune il Leopardi è un solitario studioso ricurvo sulla sua scrivania a guardare dalla finestra la povera Silvia, esasperato da un amore non corrisposto che sfoga nelle sue composizioni, è un povero ragazzo che combatte con una malattia che lo consumerà piano piano e, consapevole di questo, comporrà opere in cui chiamerà in causa più e più volte madre natura per capirne il perché, è un soggetto sfuggente, mai felice, vittima del suo stesso pessimismo cosmico.

La storia del pessimismo cosmico sarà la croce perenne del povero Giacomo che, sapientemente, utilizzava il sarcasmo nei suoi componimenti erroneamente individuati come pessimisti, e allora … che la kermesse abbia inizio! Nella pellicola di Martone tutti i suddetti “luoghi comuni” sul Leopardi appaiono ancora più comuni e, se vogliamo, a tratti talmente banalizzati da non capire il significato per questa ossessione verso il gelato. Ai fini poetici, espressivi e soprattutto introspettivi sapere che il numero uno

della poesia italiana avesse un debole per il gelato napoletano, sinceramente ha poca rilevanza. Ne ha ancora meno se si focalizza l’attenzione sul fatto che per tutto il film non si faccia riferimento a una vera e propria ispirazione, il soggetto sembra invece colpito da una qualche amnesia o allucinazione che gli provoca lo sbarramento repentino degli occhi e la declamazione immediata di INTERE poesie (ad esempio “L’infinito”) come improvvisate sul momento. Sembra quindi che il nostro caro regista voglia darci un quadro del Leopardi, non solo assuefatto dal gelato, ma sicuro da qualche altra sostanza…

Da non sottovalutare la scelta, opinabile, di voler in tutti modi non farlo apparire un pessimista: ciò accade in una scena specifica in cui lui sembra prendere in mano la situazione, ribellandosi al parere di alcuni critici, sbattendo il suo bastone e urlando, urlando talmente tanto che lo ritroviamo di lì a poco a trangugiare il suo amato gelato per consolarsi. E’ un film fatto di tentativi, di “accenni”, di spunti mai sviluppati, non compare il sentimento dell’artista, non sappiamo ciò che realmente prova o pensa, non riusciamo ad entrare, rimaniamo lì sulla finestra a guardare piuttosto che vivere. La stessa poesia sembra solo una conseguenza della sua segregazione obbligata prima e della sua malattia poi, tutto è casuale, tutto appare un susseguirsi di azioni causa effetto senza straordinarietà alcuna, andrebbe sottotitolato: “Leopardi, potresti essere tu”.

E invece non è così, il messaggio di un film, se vogliamo biografico, di questa portata, dovrebbe essere tutt’altro, considerando poi che verrà certamente divulgato nelle nostre scuole e presentato come oro colato. In qualità di docente mi sento di voler tutelare i ragazzi da una tale visione per lo più erronea e soprattutto semplicistica di una delle figure più controverse, passionali e complicate del diciannovesimo secolo. Non si può racchiudere un personaggio come Giacomo Leopardi in 140 minuti di film, credo non basti una vita per conoscerlo, comprenderlo, amarlo. Il film non ci aiuta in nessuna di queste azioni, non stimola in noi la curiosità di saperne di più, proprio perché ci viene raccontato quel poco che sappiamo, anche in maniera sommaria e molto, molto lenta.

Lento e imbarazzante, infine, è il dialetto utilizzato per la Recanati ottocentesca, una sorta di miscuglio tra toscano e romano, ogni tanto qualcuno dichiara un pungente “Scì” come affermazione ad una domanda, credo che in questo ogni marchigiano abbia storto un po’ il naso, come se non ci si voglia sforzare a riconoscere la varietà dei nostri linguaggi da città a città ma piuttosto comporne un minestrone di tutti. Non del tutto da criticare la scelta musicale seppur completamente estranea al contesto e lodevole l’interpretazione della non-attrice “Silvia” rispetto a tutto il cast piuttosto deludente.

Con la speranza che alle nuove generazioni venga letto e non raccontato il nostro amato poeta, per quello che le sue opere trasudano e non per quello che ne vogliamo per forza estrapolare, che venga insegnato che ognuno ha una propria visione, ed è sempre giusta, purché non didascalica, che in ogni epoca della loro vita interpreteranno la stessa poesia in modo diverso. Mi auguro che questa “personale” visione di Martone non venga presa come unica e ufficiale, considerando che un Elio Germano, che non invecchia mai, sicuramente è un gran bel giovane ma di “favoloso” non ci rimane neanche la locandina, purtroppo.

Silvia DonatiCommenta