In ogni caos c’è un cosmo…

La teoria del caos, che sembra aver generato il tutto, si avvicina all’idea che questa Biennale d’Arte ha lasciato nei miei ricordi. Partiamo dalla fine, perché, se l’arte contemporanea non può essere spiegata, allora questa esposizione si può tranquillamente raccontare dalla sua conclusione: l’immagine in basso è l’opera “El hombre con el hacha y otras situaciones breves” di Liliana Porter (Argentina), che tradotto significa “L’uomo con l’ascia e altre situazioni brevi”; un’installazione che merita almeno una duplice interpretazione perché, osservando questo minuscolo omino che brandisce un’ascia, non sappiamo con esattezza, anzi, per nulla, se sia stato lui l’artefice del caos o se voglia, in realtà, contribuire a peggiorare l’“effetto farfalla” di totale distruzione di questi oggetti palesemente casuali: sedie, libri, modellini, miniature, tazze e, addirittura, la carcassa di un pianoforte.

 
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Ci troviamo nel Padiglione del Tempo e dell’Infinito e su questo non c’è bisogno di didascalie, Christine Macel, la curatrice, ha deciso di suddividere il percorso in nove padiglioni che parlano non solo dell’arte ma soprattutto degli artisti stessi. Sì perché, una delle chiavi per poter apprezzare (non comprendere, ci mancherebbe!) l’arte contemporanea è proprio quello di guardar l’opera con l’occhio di chi l’ha eseguita, attraverso il suo racconto, il suo pezzo di vita riportato in quell’installazione, in quel video. È lo scopo del titolo di questa Biennale che urla “Viva Arte Viva”, un palindromo facilmente interpretabile, come tutte le opere che compaiono, ma che non lascia una sola e univoca definizione.

Tornando indietro con la mente al lungo percorso dell’arsenale, i flash che si palesano sono di forme, colori e spazi sapientemente suddivisi. Uno su tutti l’enorme muro di cuscini giganti (in realtà balle di fibra colorate) “Scalata al di là dei terreni cromatici” dell’americana Sheila Hicks che definisce le sue opere “tessiture senza pregiudizi”. E chi siamo noi per giudicare, quando possiamo tuffarci utilizzando, per una volta a nostro favore, un muro di gomma? Il fattore esperienziale è sicuramente uno dei punti di forza delle esposizioni universali come quella di Venezia, ciò che spesso si sottovaluta dell’arte contemporanea è che, a differenza di quella che troviamo in musei e gallerie, è, per lo più, direttamente fruibile, tangibile, ma soprattutto, vivibile dallo spettatore. E ognuno di noi ha il libero arbitrio di parteciparvi o meno, di goderne o di sorpassarla, di condividerne l’utilizzo o di dichiarare “Questo potevo farlo anch’io”.

 
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Se poi un giorno, ti trovi ad accompagnare i tuoi studenti maturandi, in quella che è appunto l’esperienza mistica della Biennale, riuscirai a perderli completamente dal raggio visivo grazie all’opera “Um sagrado lugar” (“Un luogo sacro”) del brasiliano Ernesto Neto: una mastodontica rete nella quale è possibile entrare, rigorosamente scalzi (ahimè), seduti tra terra, sabbia, libri e vasi di ceramica. La vera sorpresa è forse quella per chi da fuori osserva le espressioni degli “abitanti” dell’installazione, che, increduli, iniziano a guardarsi intorno e a rimanere a bocca aperta man mano che l’occhio raggiunge la sommità di quell’utero a forma di tenda che solitamente ospita gli indios brasiliani. Qui Neto ci invita nella sua dimora, nella sua cultura, nella storia del suo popolo che va rispettata … assolutamente in punta di piedi.

 
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Tolte le scarpe le ritroviamo poi nell’installazione di Michel Blazy, un’opera che invece di relazionarsi al pubblico, muta con il tempo, col cambiamento di temperatura, luce e umidità. State pensando a una pianta? È esattamente il contenuto delle numerose scarpe da tennis esposte con estrema naturalezza, grazie a un sofisticato sistema di irrigazione: terra, fiori, muschio… un piccolo ecosistema in cui, un oggetto quotidiano, apparentemente banale, è l’unico protagonista dell’affascinante fenomeno della fotosintesi.

 
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La natura, la terra, le radici, la vita… forse è proprio questo che la Biennale del 2017 ha voluto dirci, di guardarci intorno, di non cercare nient’altro se non al di là della nostra esperienza, e far sì che, i fattori che influenzano ogni giorno il nostro percorso esperienziale, siano la più straordinaria forma d’arte che la vita ci abbia concesso, sta a noi poi coglierne il significato, affrontarlo, giocarci, decidere se, alla fine, lo possiamo e, soprattutto, vogliamo vivere anche noi.

Silvia DonatiCommenta